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“A high level Pakistani diplomat has been rejected as Ambassador of Saudi Arabia because his name, Akbar Zib, equates to “Biggest Dick” in Arabic.”

FP Passport

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La regola di proprietà privata significa che i soli modi in cui si acquisisce legalmente qualcosa sono il lavoro, l’acquisto e il dono. Quindi se tu vuoi qualcosa e nessuno te la regala, la sola opzione è fartela o comprarla. Non ti basta prenderla.

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Il comportamento del Pdl e di tanti ex Psi, nel decennale della morte di Craxi, è un furto di memoria di un grande leader della sinistra, moderno e innovatore. E’ il commento del segretario del PSI, Riccardo Nencini. Si ergono a suoi paladini, ma solo post mortem, - continua Nencini - per far credere di essere gli interpreti autentici del riformismo craxiano. Ma Craxi, solo per fare qualche esempio, al posto di Berlusconi si sarebbe vergognato di dirsi amico di un tipo come Lukashenko e si sarebbe nascosto piuttosto che comportarsi, nel caso Englaro, come ha fatto la ‘guardia svizzera’ ad honorem, Sacconi. La verità è che gli stessi di ieri continuano anche oggi a speculare su quelle vicende.

Riccardo Nencini, Segr. PSI.

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Tra le leggi inglesi più ridicole: è severamente vietato morire in parlamento; è tradimento incollare un francobollo con l’effige reale a testa in giù; è vietato entrare a Westminster indossando un’armatura. A Liverpool c’è il divieto per le donne di presentarsi pubblicamente a torso nudo, a meno che non lavorino come commesse in un negozio di pesci tropicali. In Scozia si è obbligati a far entrare in casa qualsiasi persona bussi alla porta chiedendo di usare il bagno e una norma consente a una donna incinta di urinare dovunque voglia, persino nell’elmetto di un poliziotto.

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“La sola cosa peggiore di essere sfruttati da un capitalista è quella di non essere sfruttati da nessuno”

Joan Robinson

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Economia (e) Politica

Il rischio che al proprio comizio si presentino pochi sostenitori è una paura sempre presente, in fondo al cuore, anche nel più navigato dei candidati. I politici ucraini però l’hanno brillantemente superata. Per evitare di avere brutte sorprese possono infatti usufruire dei servizi di Easy Work, piccola società specializzata nell’affittare folle per rimpolpare assembramenti e raduni di piazza.

COME FUNZIONA - Creata da uno sviluppatore web di 21 anni, Vladimir Bokio, l’azienda attinge a un archivio di migliaia di studenti e pensionati di Kiev, che possono essere mobilitati nel giro di un giorno. Una volta indirizzati nel luogo desiderato, le comparse si comporteranno come fervidi sostenitori, esultando alle parole del candidato; ma possono essere ingaggiate anche per disturbare il comizio degli avversari. La paga - riferisce il Wall Street Journal – è di circa 4 dollari all’ora. Per gestire i contatti viene utilizzato un sito web, dove i membri affiliati possono vedere una lista di comizi in programma cofermando la propria adesione. Poche regole ma chiare per i partecipanti: se ci si registra per un dato raduno, bisogna andarci e restarci fino alla fine; evitare di presentarsi ubriachi o di litigare con altri; sorridere alle telecamere, applaudendo il candidato; e non parlare mai coi giornalisti.

Da Il Corriere

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Moana

  • Nel febbraio del 2006, nel corso dell’intervista rilasciata al programma di Raitre Chi l’ha visto?, quello che si credeva il fratello minore di Moana, Simone Pozzi, dichiarò ufficialmente di esserne in realtà il figlio, anche se resta ancora un mistero la paternità. Tuttavia, il figlio dichiarò di non avere intenzione di cercare un padre che non si era mai preoccupato di cercare nessuno dei due.

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Follonica è tra i Comuni Virtuosi

E’ stata accetta la richiesta di adesione di Follonica nell’associazione dei Comuni Virtuosi.

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Il modello Neg (Negative endogenous growth)

L a storia della Grande Crisi, divampata nell’ estate del 2007, non ha ancora trovato il suo Galbraith, capace di raccontarla con la brillante profondità che l’autore del Grande Crollo dimostrò nella ricostruzione dei fatti del 1929. E tuttavia le principali domande sembrano aver già avuto una spiegazione. Tutte, tranne una: perché le famiglie americane, che con le insolvenze su mutui sub-prime e carte di credito hanno fatto cadere il castello di carte della finanza globale, si erano tanto indebitate per case, auto, vacanze, polizze sanitarie, scuole, fino a raggiungere un’esposizione assai superiore al prodotto interno lordo del loro Paese? Dire che sono state tentate dai prestiti a buon mercato e senza troppe garanzie spiega come abbiano potuto avere accesso al credito, ma non perché abbiano avvertito l’ irresistibile urgenza di consumare sempre di più, avendo già 40 anni fa la vita più opulenta del globo. Aggiungere, come fa Robert Reich, ex ministro del Lavoro del primo Clinton, che la middle class è andata in profondo rosso mano a mano che i maschi adulti non potevano più aggiungere ore di lavoro a quelle già fatte e il numero delle madri lavoratrici era ormai raddoppiato, ci aiuta a capire la relazione tra debito e stagnazione salariale. Ma nulla ci dice delle ragioni per cui gli americani non si sono fatti bastare il tanto che già avevano, al punto da invertire la storica tendenza alla riduzione dell’ orario, segno di progresso in tutti i lavori non particolarmente creativi. Un’ intrigante risposta viene da un economista dell’ Università di Siena, Stefano Bartolini, cinquantenne, allievo di quel Giacomo Becattini che, combinando economia e sociologia, aveva capito l’ Italia leggera e vincente dei distretti industriali con 40 anni di anticipo sull’ accademia e i governi. Bartolini riunirà le sue analisi in un saggio che si intitola Manifesto per la felicità, come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere, in libreria a marzo per Donzelli, ma ne ha anticipato i tratti salienti in un saggio per l’ Ocse (S. Bartolini, Sociability predicts happiness over time; evidence from macro and micro data, 27-30 ottobre 2009, Pusan, Corea del Sud). E ne ha parlato a un migliaio di amministratori del Credito cooperativo lombardo, riuniti per un seminario a Salonicco, commentando la teoria dell’ homo oeconomicus che non fa mai niente per niente: «Ho chiesto a un mio amico psicologo se quest’ homo esistesse in natura e lui mi ha risposto che sì: che alcuni suoi pazienti eran fatti così». Scrosciante fu l’ applauso di quel pezzo d’ Italia della piccola impresa che sta sui mercati senza inseguire modelli altrui, ma con la forza di un capitale sociale che non è quello monetario, misurabile dalle agenzie di rating, ma quello delle relazioni nel territorio, studiato in America da Robert Putnam. In premessa, Bartolini ricorda che la felicità degli americani tende a diminuire, nonostante la maggior ricchezza. Secondo la General Social Survey, i cittadini Usa che si sentono molto felici sono scesi dal 38% del 1972 al 34% del 2006, mentre nello stesso periodo il Pil pro capite è raddoppiato; la forbice si apre ulteriormente ove si passi dall’ autovalutazione ai dati oggettivi (psicofarmaci, malattie mentali, stati depressivi, suicidi). L’ ipotesi è che lo sviluppo smodato dei consumi privati serva a compensare il venir meno dei «beni relazionali», concetto dovuto a Luigino Bruni e Pierluigi Porta, economisti della Università Statale-Bicocca di Milano, e il degrado dei beni comuni e gratuiti. E che il venir meno di questi beni alimenti a sua volta la crescita dell’ economia in una spirale efficace e perversa. Due esempi: se non abbiamo tempo, voglia o capacità di coltivare le amicizie o la famiglia, per ammazzare il tempo compreremo tutti i prodotti dell’ intrattenimento domestico solitario; se il lago di casa è inquinato, andremo ai tropici anche quando piove. I comportamenti migrano dall’area non monetaria all’area della compravendita. Una trasformazione degli stili di vita che esige più denaro. Secondo Juliet Schor, gli americani hanno finito per stare in fabbrica o in ufficio 160 ore in più all’ anno. Ma il lavoro assatanato esalta la competizione fino al ferino homo homini lupus. La paura del prossimo è diventata così alta che negli Usa, secondo Bowles e Jayadev, un lavoratore su quattro è addetto alla sorveglianza, il doppio dell’Italia, il quadruplo della Svezia. È la spia di un generalizzato declino della fiducia verso tutte le istituzioni, incluse le Chiese ed escluse le Forze Armate. Ma arricchire i propri averi non soddisfa il cittadino tipo, il classico mister Jones, se le sue persone di riferimento sono più fortunate. Mister Jones corre su un tapis roulant che si muove più veloce in direzione contraria. Guadagna denaro, ma perde relazioni umane, vive in una natura violentata, ha meno fiducia nelle istituzioni, meno speranza di poter cambiare, è afflitto da invidia sociale. Per compensare la mancanza di onestà e solidarietà, la famiglia tipo dovrebbe avere un reddito annuo aggiuntivo di 67 mila dollari. L’ individuo privo di relazioni dovrebbe disporre addirittura di 320 mila dollari in più. «Nemmeno 30 anni di crescita a ritmi cinesi, sarebbe stata sufficiente a procurare tali ricchezze» chiosa Bartolini che ha fatto questi conti. Può essere, vedremo il testo finale, che la metodologia non convinca. Ma un fatto resta: siccome mister Jones ha dovuto integrare il reddito da lavoro con la carta di credito per inseguire i crescenti consumi infelici, alla fine ha fatto crollare il castello di carte di quello che Bartolini chiama, non sfuggendo alla tentazione dell’acronimo, il modello Neg, Negative endogenous growth. Bartolini si colloca tra i contestatori del mito della crescita. Ma a differenza di Serge Latouche, preoccupato degli effetti sulle risorse naturali, l’economista toscano accende il faro sull’ origine comportamentale del Pil. Le ricette di entrambi sono discutibili e discusse, ma vorrà pur dire qualcosa se, nell’estate del 2009, un uomo come Tommaso Padoa-Schioppa, già banchiere centrale e ministro dell’ Economia, aveva previsto un mondo a due velocità: rapido nei Paesi emergenti, riflessivo in quelli sviluppati.

L’ autore Stefano Bartolini, 50 anni, insegna economia politica all’ Università di Siena. Il suo «Manifesto per la felicità» uscirà in marzo da Donzelli. Nel 2004 ha scritto «Una spiegazione della fretta e della infelicità contemporanee» nel volume «Felicità ed economia» (Guerini)

Mucchetti Massimo da Il Corriere

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Città

Nel 1900, 9 delle 10 più grandi città del mondo si trovavano in Europa o in America del Nord, con Tokyo che rappresentava l’unica eccezione. Oggi 8 su 10 si trovano in Asia, Africa o America Latina, con New York e Los Angeles come uniche eccezioni.

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FIRENZE - Un 70enne arrestato a Firenze per spaccio di cocaina, davanti al giudice si e’ giustificato dicendo che 500 euro di pensione non gli bastano per mantenersi. Il giudice pero’ non ha tenuto conto delle spiegazioni del pensionato e ha confermato l’arresto, anche se ai domiciliari. (RCD)

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Comuni Virtuosi

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I Liberal-Liberisti dei giovani PDL

Dazi? Protezionismo? Embargo contro la Cina? Macché, i ragazzi della Giovane Italia, l’organizzazione dei Pdl junior, hanno invitato a boicottare la Fiat e i prodotti «riconducibili alla casa torinese». Con manifestazioni e bandiere al vento. In 30 città.
Non stropicciatevi gli occhi, è proprio così: i futuri ministri liberal-liberisti vogliono punire i consumatori limitando la scelta delle automobili e i risparmiatori che hanno in portafoglio titoli del gruppo torinese. Accentuando la causa della loro stessa protesta: i licenziamenti dovuti alla chiusura, tra due anni, dello stabilimento di Termini Imerese. Meno auto Fiat vendute, più licenziamenti.
È l’onda anomala della crisi: i giovani critici del mercato, inforcando occhiali da miope, hanno avuto la prova che le libere imprese creano instabilità. Per questo la politica deve riprendersi il suo spazio. Ma siamo sicuri che a mercati imperfetti si contrappongano governi perfetti? Silvio Berlusconi diceva di avere la foto di Gianni Agnelli sul comodino. Ma questi ragazzi cos’hanno sui loro comodini? La foto del subcomandante Marcos?

In queste settimane stiamo assistendo a un braccio di ferro tra Fiat e la politica sul futuro dello stabilimento di Termini Imerese. Si alternano momenti di tensione ad altri di dialogo ma, in poche parole, mentre il governo vuole tenere aperta lo fabbrica per motivi occupazionali, l’azienda è intenzionata a chiuderla in quanto poco produttiva. In questo contesto si sono fatti avanti i ragazzi della Giovane Italia, organizzazione giovanile del Pdl, i quali hanno organizzato manifestazioni in 30 città incitando all’embargo popolare «allargato anche ai prodotti riconducibili al gruppo Fiat nel campo dell’editoria, banche e finanza» per protestare contro il suo comportamento «anti-nazionale», con l’invito a dismettere «titoli azionari o partecipazioni a fondi che possano identificarsi con la Fiat, ritirare i risparmi e chiudere i rapporti con gli istituti bancari che hanno Fiat fra gli azionisti». Saggi e prudenti, non hanno ingiunto a emittenti televisive e riviste di smettere di fare pubblicità alle automobili, altrimenti avrebbero ricevuto una giustificatissima lavata di capo da Arcore.
L’insulsaggine dell’iniziativa è evidente: boicottando i prodotti della casa torinese si infliggerebbe un danno ai consumatori che preferiscono la 500 alla Yaris, allocando in modo inefficiente le loro risorse; si svantaggerebbero i milioni di risparmiatori che direttamente o tramite fondi hanno in portafoglio azioni Fiat e, ciliegina sulla torta, peggiorando il conto economico si renderebbero inevitabili ulteriori licenziamenti, certo non il loro blocco. Buone notizie per i produttori di auto cinesi contro la cui invasione tanto tuonò l’attuale ministro dell’Economia.
Ora, la vicenda non meriterebbe tanto spazio ma ci rammenta cosa succede a riporre fiducia nella politica come cura dei fallimenti del mercato o della globalizzazione, citando il beneamato Nicolas Bruni-Sarkozy.
I critici dell’economia di mercato aperta e concorrenziale hanno visto infatti nella crisi economico-finanziaria del 2008-2009 la prova che le imprese lasciate libere a se stesse creano instabilità, ineguaglianza e shock e quindi la politica deve riprendersi il suo spazio. Il ragionamento fallace si basa sull’assunto che a dei mercati imperfetti si contrappongano dei governi perfetti. Infatti, se si ammettesse che i ministri e i burocrati sono altrettanto ciechi dei manager, perché farli intromettere nelle decisioni del mercato? Peccato che, senza tornare ai disastri del socialismo reale, l’evidenza anche recente ci dimostri ogni giorno che la pubblica autorità può creare danni sistemici superiori a quelli di qualsiasi operatore economico. I governi greci hanno dimostrato buon senso? La Fed è stata impeccabile? L’amministrazione Obama e i suoi salvataggi e deficit sono nel giusto? Gli aiuti di stato generosamente elargiti a molte grandi imprese (compresa la Fiat, certo) hanno raggiunto risultati efficienti? E domani quando i ragazzi della Giovane Italia diventeranno ministri?
È logico che sia così: i governi guardano al breve termine, favoriscono alcuni interessi elettorali e lobbistici a discapito di altri, non hanno le informazioni necessarie per prendere decisioni sensate (il velo di ignoranza avvolge anche loro). I politici e le burocrazie, poi, pensano in primis, nell’ordine, a sopravvivere, essere rieletti e accrescere il proprio potere, a volte con mezzi illeciti come la corruzione.
Perché dovremmo fiduciosamente consegnarci nelle loro mani? Non è necessario che i mercati siano perfetti per funzionare meglio dello stato.

Alessandro De Nicola, Il Sole 24 Ore

p.s.: mi hanno informato che in realtà la manifestazione è stata organizzata da quella corrente interna alla Giovane Italia che fa seguito ad Azione Giovani.

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Nel 1700 il reddito pro-capite del Messico era simile a quello delle colonie inglesi che avrebbero fondato gli USA. Cuba e le isole Barbados era significativamente più ricche del Messico. Poco prima del 18° secolo, Cuba aveva un reddito pro-capite leggermente maggiore a quello degli USA, e Haiti era probabilmente la società più ricca del mondo (su base pro-capite, contando anche gli schiavi). All’inizio del 21° secolo, invece, il reddito pro-capite del Messico era meno di un terzo di quello degli USA, e quello di Haiti era inferiore anche al livello del Messico.

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Un giorno palindromo

L’01/02/2010 si legge anche al contrario

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